თემურ შაშიაშვილის ინტერვიუ იტალიურ პრესას

Intervista a Teimuraz Shashiashvili
Della democrazia a Tbilisi, dei valori europei, del nuovo nazionalismo georgiano: parla l’ex deputato e sindaco di Kutaisi
Il racconto della Georgia di Teimuraz Shashiashvili, accademico dell’Accademia di Gelati, presidente del Congresso degli Scienziati, leader del partito Tetrebi, ed ex deputato del Parlamento. Shashiashvili è stato anche governatore della regione di Imereti e sindaco di Kutaisi, la seconda città più grande della Georgia.

D: Qual è lo stato di salute della democrazia in Georgia?
R: Devo dire che non mi piace affrontare questi temi con la stampa straniera. Penso che criticare il mio Paese all’estero lo indebolisca. Comunque, non voglio svicolare. Le dirò quindi che non sono io a dover giudicare la condizione della democrazia in Georgia: lo fa l’atteggiamento stesso del governo. Vede, ogni nazione è controllata da un sistema di forze ascrivibili a cinque categorie: intellettuali, politici, economisti, eserciti e burocrati. Gli Stati retti dalle prime tre sono democratici. Se a queste si aggiungono anche le ultime due, lo Stato non è più una democrazia. È un’affermazione pesante, ma non voglio usare mezzi termini: da quando la Georgia è diventata indipendente, è stata guidata dalla burocrazia e dalle armi. Così abbiamo ottenuto una certa stabilità, forse, ma non vera libertà.
D: Secondo lei cosa non ha funzionato negli ultimi trent’anni?
R: Faulkner sostiene che l’individuo è libero quando è responsabile della propria esistenza. Questo significa che tutti i cittadini devono disporre dei mezzi sufficienti a condurre una vita piena e libera. In Georgia abbiamo un grande problema di disuguaglianza economica. Il 2% della popolazione detiene la quasi totalità della ricchezza. Nei paesi democratici le persone combattono per la propria realizzazione personale; qui combattono per sopravvivere. Ed è un grande paradosso.
D: Cosa c’è di paradossale?
R: La Georgia è un Paese ricchissimo sia di risorse umane che naturali. I georgiani dispongono di un patrimonio culturale immenso: è un popolo intellettuale, colto, e di spiccata intelligenza. Inoltre, abbiamo grandi risorse agricole, eppure indeboliamo le nostre industrie importando a prezzi più bassi anche ciò che potremmo produrre in autonomia. Io sono favorevole al libero mercato, ma deve essere guidato da politiche sociali solide.

D: Allora quale sarebbe il giusto approccio alla politica estera?
R: Finora ci siamo comportati come una pedina nello scacchiere geopolitico. A volte ci siamo alleati con la Russia, a volte con gli Stati Uniti, a volte con l’Europa: è una strategia fallimentare. Fare politica estera non significa essere allearsi prima con un partner e poi con un altro. Non possiamo allontanarci da Stati Uniti ed Europa per sottometterci a Cina e Russia, per poi ribaltare le cose.
La nostra posizione è per la Georgia e solo per la Georgia. Attenzione però: questo non significa essere isolati. Al contrario, vogliamo assumere un atteggiamento cooperativo. L’importante è che l’interesse del Paese sia chiaramente definito e che la collaborazione estera avvenga sulla base di tale interesse.
D: Crede che sia ancora possibile farlo al giorno d’oggi?
R: Sì, tramite la diplomazia. Basti pensare a quello che sta facendo Giorgia Meloni. L’Italia è parte dell’Unione Europea, eppure il vostro governo si batte per i propri interessi. Noi siamo molto allineati a questa strategia.
D: Quindi lei è favorevole all’adesione all’UE?
R: Alcuni italiani mi hanno chiesto perché volessimo entrare nell’Unione Europea, proprio adesso che sempre più Stati stanno cercando di uscirne. Io ho detto scherzando che lo facciamo per farvi tornare ai valori europei.
D: Pensa che ci sia qualcosa che non va nei valori dell’Europa?
R: Non in quelli dell’Europa, anzi: i valori europei sono molto allineati sia a quelli cristiani che a quelli georgiani. Il problema sono i valori dell’UE. Secondo lei perché Trump ha vinto le ultime elezioni? Perché ha cercato di difendere i valori occidentali dalle storture di Bruxelles. Ecco dunque la mia risposta: vorrei aderire, ma a patto di tener fede ai principi europei tradizionali.

D: Pensa che questa posizione sia condivisa dal Sogno Georgiano?
R: Niente affatto. Da un lato si stanno avvicinando alla Cina, dall’altro hanno assunto una posizione fortemente antioccidentale. Mi dispiace molto, soprattutto perché gli Stati Uniti ci hanno sempre appoggiato. Sono molto preoccupato dall’allontanamento dalla Casa Bianca e soprattutto dal contestuale avvicinamento a Mosca e Pechino. Mi dispiace anche per l’evoluzione dei rapporti con Bruxelles, che fa bene a sollevare dubbi sulla legittimità dei processi democratici. Il Sogno Georgiano non è d’accordo, e preferisce preservare nella corruzione e nel nepotismo.
D: E cosa pensa delle proteste dell’ultimo anno?
R: Ci sono due tipi di protesta: c’è quella di piazza, che va avanti da oltre un anno; e poi c’è la protesta delle persone che stanno a casa e resistono. La prima rivolta, quella di piazza, è guidata dal sostegno estero e ha ormai perso il vero animo della rivoluzione. Intanto però toglie vigore alla vera resistenza.
D: In che senso?
R: La guerra è un sempre un buon pretesto per legittimare lo status quo. Si pensi a Netanyahu in Israele, o a Zelensky in Ucraina. Se il loro Paese non fosse in guerra, non sarebbero più al governo. Così anche da noi, le sommosse rafforzano la classe dirigente. La verità è che la piazza non rappresenta la nazione. La maggioranza è scontenta della situazione attuale ma ha paura dell’incertezza e non trova garanzie di stabilità nell’opposizione. Ai loro occhi, il Sogno Georgiano sembra il male minore.
D: Come se ne esce?
R: Attraverso il voto. Abbiamo bisogno di elezione giuste e di una classe dirigente meritevole, formata da professionisti e intellettuali. Un parlamento fatto non da partiti, ma da politici.
D: Cosa si aspetta per il 2026?
R: Mi preoccupa molto quello che sta succedendo in Iran. Mi aspetto un aumento dei flussi immigratori nel Paese. Il nostro popolo emigra, e nella nostra terra entrano stranieri. E allora mi chiedo: cosa ne sarà della vera Georgia?



